“Be disruptive!” L’innovazione che rompe lo schema

DisruptiveLa parola nasce nel 1995 dal Prof. Clayton Christensen  per evidenziare un fenomeno paradossale. Fior fiori di aziende investono in innovazione legata al miglioramento dei propri prodotti e servizi esistenti, mentre trascurano quelle intuizioni che in breve tempo diventano nuove tecnologie rivoluzionarie. Su queste ultime, invece,  investono altre aziende, molto spesso start up, che in breve creano nuovi mercati che scalzano i vecchi, mettendo in crisi chi fino allora aveva dormito sugli allori.
Negli ultimi dieci anni gli esempi sono innumerevoli, legati al correre della tecnologia: basti pensare a cosa sta succedendo al mercato dei PC e della telefonia con l’introduzione degli smartphone, all’Internet of Things, all’effetto di servizi di messaggistica come WhatsApp, e poi al caso Blockbuster e all’esempio di Kodak.

Le imprese che operano in mercati maturi preferiscono focalizzarsi sulle cosiddette “innovazioni incrementali”: il rischio di puntare su un miglioramento graduale del prodotto di successo è decisamente minore rispetto a quello di progettare un prodotto il prodotto/servizio ex-novo. Per questo motivo si procede aggiornando i prodotti introducendo funzionalità aggiuntive o migliorandone alcuni attributi per cui il cliente possa percepire una variazione di valore (es. come l’aumento della velocità del processore o della risoluzione dello schermo per un personal computer, l’introduzione di nuovi allestimenti per un modello di automobile, l’aumento della risoluzione del sensore di una fotocamera).

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In modo diametralmente opposto, le disruptive innovations introducono un insieme di funzionalità completamente nuove e spesso lontane da quelle richieste e valutate dal mercato attuale, che portano letteralmente ad una ridefinizione del modello di business proposto al cliente.

Ciò che impedisce alle aziende “tradizionali” di cogliere le innovazioni e uscire dalla loro zona confort è spesso una miopia nella cultura organizzativa: mancanza di vision innovativa del top management, processi interni ingessati, mancanza di antenne puntate sull’ascolto dei segnali latenti del mercato, assenza di attività (e fondi) per la ricerca e sviluppo.

Su quest’ultimo punto una soluzione ci sarebbe… le PMI potrebbero utilizzare le start up innovative come “divisione esterna” di R&D: che ne dite?


Link

Blog: Disruptive innovations!
Milan Disruptive Week (27-30 aprile 2015)

 

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